“PIANGETE CON QUELLI CHE PIANGONO”

Nel 1883, la poetessa Ella Wheeler Wilcox stava andando, in treno, a un ballo inaugurale quando notò una donna che piangeva a dirotto in fondo al corridoio.

La Wilcox trascorse il resto del viaggio a confortarla e quando giunse a destinazione, non era più dell’umore di festeggiare.

Più tardi, ripensando alla donna sul treno, cominciò a scrivere una poesia dal titolo: “Solitudine” – “Ridi e il mondo riderà con te; piangi e piangerai da solo”.

Holly Vicente Robaina così afferma: “Ridiamo … scherziamo … e festeggiamo unitamente, ma perché è così difficile piangere insieme?

… Quando un amico soffre, i credenti lo consolano dicendo: “Pregherò per te!”

… In alcuni casi, Dio guarisce e restaura, ma qualche volta il miracolo non avviene… e rimane solo una profonda tristezza”.

C. S. Lewis così scrisse sulla morte della moglie: “Dov’è Dio? … Vai a Lui quando hai un bisogno disperato, e cosa trovi? Una porta chiusa in faccia e il suono di un doppio giro di chiave che proviene dall’interno!”.

Non penso che Lewis avrebbe trovato conforto da un “Dio ti ama … pregherò per te!”.

Sebbene sia molto importante incoraggiare, dobbiamo valutare attentamente le parole prima di pronunciarle.

Domandiamoci se usiamo l’incoraggiamento solo per ignorare il dolore altrui perché non sappiamo come affrontarlo.

Crediamo sinceramente alle nostre parole, o ripetiamo automaticamente frasi già fatte?

Siamo convinti che le nostre asserzioni aggiusteranno tutto o, forse, abbiamo la presunzione di poter fare meglio del “Consolatore”?

Quando promettiamo a qualcuno d’intercedere per lui, ci informiamo poi dei progressi?

Ti sei mai chiesto perché Gesù abbia pianto alla tomba di Lazzaro?

Avrebbe potuto dire ai presenti: “Va tutto bene; Dio vi ama!” e poi, resuscitare Lazzaro.

Egli, invece, mostrò il Suo amore piangendo con loro.

Un insegnante biblico scrisse: “Non siamo tutti uguali, non ci comportiamo e non ci vestiamo allo stesso modo. Abbiamo gusti diversi riguardo al cibo, libri, automobili e musica. Compiamo lavori e interessi diversi, ma una cosa abbiamo in comune: tutti sappiamo cosa significhi patire. La sofferenza è universale. Le lacrime sono uguali per ebrei, musulmani, cristiani, per bianchi, neri e altre razze, per bambini, adulti e anziani. Quando la vita ferisce e i sogni naufragano, esprimiamo il dispiacere in modo diverso ma ciascuno conosce la stessa fitta di dolore e la medesima angoscia, nella malattia, disperazione, prove e sofferenza”.

Un grande predicatore del passato diceva a un gruppo di giovani aspiranti al ministero: “Predicate ai sofferenti, e non vi troverete mai senza il sostegno di una congregazione!”.

Seduto su ogni banco, c’è un cuore spezzato.

Il dolore è il comun denominatore dell’umanità.

Quando Pietro scrisse la sua prima lettera ai credenti sparsi in Asia, concentrò la sua attenzione su ciò che li accomunava: la sofferenza.

Queste persone erano arse dalle stesse fiamme di persecuzione che avrebbero tolto la vita all’apostolo qualche tempo dopo.

Le loro condizioni non potevano essere peggiori, eppure Pietro non cercò di illuderli con false speranze, ma, con umiltà, li invitò ad alzare lo sguardo al cielo così da guardare oltre le loro circostanze: alla loro chiamata celeste.

Alcuni sanno, per istinto, come incoraggiare gli altri e sono proprio le persone che, spontaneamente, ricerchiamo quando ci troviamo in difficoltà.

Ietro incoraggiò Mosè (Esodo 18) ed Epafrodito fu di benedizione a Paolo (Filippesi 2:25-30).

CHIEDI A DIO DI FARTI DIVENTARE UNA PERSONA LA CUI PRESENZA PORTI CONFORTO E INCORAGGIAMENTO.

A risentirci la prossima settimana.

 

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