La melodia della gioia

 

“Un cuore allegro è un buon rimedio” (Proverbi 17:22)

 

Dobbiamo cercare la benedizione di Dio anche per amore degli altri.

La gratitudine è la testimonianza più dolce ed efficace che possiamo rendere a Dio.

È come se noi portassimo un distintivo, perfettamente verificabile da parte di tutti gli uomini, della Sua meravigliosa misericordia.

“Un cuore allegro è un buon rimedio”, dice un uomo saggio; uno spirito riconoscente porta il sole e il calore ovunque.

Ci sono persone la cui presenza rende desolata e fredda ogni cosa, proprio come il ghiaccio; sono uomini e donne che portano l’inverno ovunque vanno.

Sicuramente chi conosce Dio dovrebbe portare con sé il canto degli uccelli e ricoprire con boccioli profumati anche le spine.

Il ricordo della gioia dei servi di suo padre salvò il figlio prodigo, al quale essi erano apparsi sempre riconoscenti per quel che avevano.

Mentre sedeva tra i maiali, tremante e affamato, egli pensò al ragazzo che andava al lavoro fischiettando allegramente, vide il contadino che arava con gioia, risentì la voce della cameriera che allietava le stanze con il proprio canto.

Tutto questo salvò quel figlio. “Se devo essere un servo da qualche parte, voglio esserlo là”, aveva pensato, e si alzò per tornare da suo padre.

Sarebbe certo piacevole potere evitare quelle persone che si lamentano e che trovano sempre dei difetti; che si definiscono cristiane, ma le cui anime sono malate e muoiono di una fame spirituale!

Essi rappresentano un’offesa alla generosità e alla fedeltà del nostro Dio.

Servi l’Eterno con gioia, anima mia; sia questo il tuo motto e il tuo scopo.

Mantieni alto lo stendardo dell’Evangelo, e che la musica rallegri sempre il tuo cammino: sei al servizio del Re, e la Sua presenza ti segue costantemente.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Spirito angosciato

 

Esodo 6:1-13

 

La conseguenza della richiesta di liberazione rivolta dagli Israeliti al Faraone, fu quella che questi aggravò le già dure condizioni di vita del popolo di Dio.

Niente più paglia per i mattoni; essi furono costretti a procurarsela e allo stesso tempo di mantenere gli stessi livelli produttivi.

Mentre gli Israeliti si trovavano in quella pietosa condizione, l’Eterno si rivolse loro con amore, e annunciò liberazione, pace e prosperità ed una terra promessa.

Ma I’amarezza impedì di comprendere il messaggio che Dio inviava loro per mezzo di Mosè.

Quando lo spirito è angosciato da tante tristi esperienze non si ha più fiducia in nessuno e talvolta si rifiuta anche I’aiuto di Dio.

Israele divenne sordo alle promesse divine: “vi redimerò, vi farò mio popolo, vi darò il paese promesso ad Abramo, Isacco e Giacobbe”.

A nulla sembra servire anche la nuova rivelazione che Dio fa di Sé stesso, rivelazione espressa nel nome con cui si presenta al popolo: “lo sono Yahweh” (v. 2) cioè “Io sono Colui che si manifesta, che opera”.

Per Israele significava: “non temete, abbiate fiducia. Avete sentito parlare di me, ora sperimenterete il mio intervento in vostro favore”.

Ma essi non prestarono ascolto a motivo dell’angoscia che si era impadronita del loro spirito.

Quanti animi angosciati rifiutano la salvezza, preferiscono non uscire dalla tristezza estrema in cui versano, temendo un’ulteriore delusione!

Ricordiamo la nostra condizione passata.

I problemi, le incertezze, la disperazione, le continue spinte verso il peccato innescate dalla nostra natura corrotta, rendevano angosciato il nostro spirito.

E quando Cristo si presentava a noi come il liberatore, ci sembrava impossibile, irreale.

Grazie a Dio la nostra salvezza è stata resa possibile nonostante, apparentemente, ciò sembrasse irraggiungibile.

Ricordiamoci dunque di non limitare l’opera del Signore, e non perdiamo di vista la potenza infinita che Egli può dispiegare a nostro favore.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Un nuovo rapporto

 

Efesini 5:22-23

 

Valutare correttamente la raccomandazione che l’apostolo rivolge ai coniugi, significa valutarla alla luce degli usi e dei costumi del tempo nel quale egli scrisse.

Il mondo antico in genere, e l’Oriente in modo particolare, assegnavano alla donna un ruolo secondario nella famiglia e non la consideravano altrimenti, che come la prima fra le serve del padrone di casa.

La predicazione evangelica, dando alla questione religiosa una base indipendente dalle condizioni sociali, doveva necessariamente condurre ad un mutamento considerevole nelle relazioni domestiche e far penetrare l’idea dell’uguaglianza là dove le consuetudini e persino le leggi avevano fatto largo al dispotismo più brutale e arbitrario.

Tuttavia, pur proclamando questa uguaglianza di sessi dal punto di vista cristiano, un pensatore come Paolo non poteva disconoscere la realtà che ciascuno aveva ricevuto dal Creatore un compito diverso nell’ambito della famiglia: sapeva bene che sconvolgere quest’ordine naturale in nome di una specie di emancipazione rivoluzionaria, sarebbe stata una cosa fatale.

L’esperienza quotidiana insegna chiaramente che gli uomini sono purtroppo facilmente trascinabili da un estremo all’altro, per cui le donne di quel tempo avrebbero creato non pochi problemi alle chiese.

Per questo motivo l’apostolo, mentre da un lato esorta i mariti all’amore, dall’altro insiste sulla sottomissione delle mogli.

L’espressione del verso 25: “Mariti, amate le vostre mogli, nel modo che anche Cristo ha amata la Chiesa e ha dato Sé stesso per lei”, descrive con grande efficacia le basi e i termini del nuovo rapporto.

E’ impossibile concepire per la vita coniugale un ideale più elevato di questo che, sublime e straordinario ad un tempo, scaturisce dalle profondità della conoscenza cristiana, e diventa capace di concrete applicazioni nelle relazioni sociali.

Aver cura della propria moglie come Cristo ha cura della Chiesa e, se fosse necessario, dare la propria vita per lei: a questo tende il nuovo messaggio cristiano per le famiglie.

L’amore di Dio riempia i nostri cuori in modo da risolvere nell’amore i problemi di un rapporto che dinanzi a Dio non conosce distinzione di sesso, e ciascuno nel proprio ruolo serva Dio con fedeltà.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

La pienezza del tempo

 

 

“Poiché bisogna ch’egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi” (I Corinzi 15:25)

 

Noi siamo posti in correlazione al trionfo finale di Cristo così come i credenti antichi dipendevano dalla Sua nascita.

Ci si attendeva l’umiliazione, il dolore, la morte; tuttavia, ogni accadimento storico condusse a quell’evento glorioso, tutto era modellato su quell’avvenimento.

Quel che era successo in precedenza trovò un preciso significato nella Sua prima venuta.

Ora Egli regna.

Quel primo avvento costituisce la premessa e la garanzia del secondo.

A Lui sono destinati tutti i regni del mondo.

Questo è il grande scopo verso il quale procedono tutte le cose.

Il ragazzo che legge un romanzo si appassiona alle avventure del proprio eroe, assediato da difficoltà e pericoli, la cui incolumità è minacciata da ogni lato; come finirà?

Curioso e tremante, il fanciullo salta alcune pagine, per scoprire la fine del libro.

Tutto finisce bene: l’eroe vince e trionfa.

Il ragazzo tira un sospiro di sollievo, e con cuore coraggioso affronta una nuova avventura.

Qualche volta anche noi, come quel giovane lettore, abbiamo tremato per la sorte del Re.

È buono saltare le pagine del tempo e guardare alla fine.

Andrà tutto bene.

“Il regno del mondo è venuto ad essere del Signor nostro e del suo Cristo; ed egli regnerà ne’ secoli dei secoli” (Ap. 11:15).

Egli è l’erede di tutte le cose; la gloria, la ricchezza, la sapienza, la forza del mondo saranno Sue.

Viviamo per Lui.

Impegniamoci a fare di Cristo il nostro Re.

Se ci voltiamo indietro, vediamo nazioni orgogliose che si sono sollevate e hanno regnato con gran pompa, per poi precipitare nella polvere.

Soltanto ciò che conduceva alla venuta di Cristo è rimasto intatto.

La vita odierna è un fallimento all’insegna di un vuoto incolmabile, se Colui che è la pienezza del tempo non ci appartiene.

Offriamo a Lui il nostro amore, il servizio, tutto il nostro essere, e troviamo in Lui lo scopo della nostra vita.

Nonostante tutte le forme in cui si esplica lo spirito dell’anticristo, il regno appartiene a Colui che ne ha diritto.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Attenti all’indolenza

 

 

Ebrei 6:11-20

 

L’autore dell’epistola agli Ebrei sembra avvertire un principio di affievolimento spirituale nella vita dei credenti a cui si rivolge, e lo Spirito Santo vuole dirci che per conseguire la vita eterna e non cadere nell’indolenza, dobbiamo mantenere costantemente viva la fiamma dell’Evangelo.

Nel corso della storia della chiesa ci furono uomini che dopo una vita ineccepibile, caddero nell’indolenza, perciò stiamo attenti anche noi perché se non vegliamo, corriamo lo stesso pericolo.

L’indolenza, oltre alla pigrizia e alla tiepidezza, si associa inevitabilmente all’apatia, alla disubbidienza e alla ribellione.

Nell’indolenza l’amore è senza calore, la preghiera è priva di fervore, la fede è assente e si crea un vuoto interiore che non ci consente di parlare del Signore.

Ma quando e perché si cade nell’indolenza?

Vi si cade quando presi dalla concupiscenza, cessiamo di guardare l’invisibile; quando trascuriamo la preghiera!

Non abbiamo mai tanto bisogno di pregare come quando non ne sentiamo il bisogno!

Paolo dice: “Non cessate mai di pregare” (I Tessalonicesi 5:17)

  • Quando cessiamo di nutrirci della Parola di Dio, e preferiamo “le cipolle, gli agli e i porri di Egitto”;
  • Quando trascuriamo la comunione fraterna e preferiamo l’amicizia del mondo;
  • Quando chiudiamo “la moneta pregiata” nel forziere del pregiudizio e permettiamo che circolino, indisturbati, spacciatori di banconote false e venditori ambulanti di false dottrine. Se questi raccolgono tanti consensi è inutile meravigliarci, la colpa è nostra perché, abbandonate le “scarpe” dell’Evangelo, ci siamo messi in pantofole e, seduti alla scrivania, siamo più preoccupati a preparare bei sermoni che a trafficare i talenti;
  • Quando, come Giona, fuggiamo dal nostro dovere e, sdraiati all’ombra dell’apatia, non ci interessiamo delle anime perdute;
  • Quando, dimenticando che “ubbidienza vale più che sacrificio”, vogliamo fare quel che ci piace credendo, poi, di placare Dio offrendoGli qualcosa;
  • Quando, dimenticando che tra “il sonno” e “la morte” il passo è breve;
  • Quando pur sapendo che il Signore ritornerà da un momento all’altro e dovrebbe trovarci vigilanti, ci addormentiamo.

Signore dacci grazia di non cadere nell’indolenza!

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Seguici anche su Facebook
Video di presentazione
Prossimi eventi
  • Nessun evento programmato
Chiamata al cordoglio
immagine
Ultimo aggiornamento
Parole di vita
Radio Evangelo
Chiudendo questo avviso o continuando comunque la navigazione in questo sito internet, consenti che vengano eventualmente utilizzati cookies tecnici, analitici o di profilazione anche di terze parti. Per notizie più approfondite, consulta le informazioni contenute nel box Privacy e Cookies in basso a destra in questa pagina. Leggi subito | Chiudi