MADRE… IN GINOCCHIO

Il volto contro il vetro, fissavo la parete di vetrate che circondava la stanza di terapia intensiva neonatale di Bari. Calde lacrime mi bruciavano le guance mentre mi pareva di avere un nodo enorme alla gola e inghiottivo energicamente per liberarmene. Eppure restavo lì, e ispezionavo ansiosamente la stanza con gli occhi in cerca di Tabita. Sentii crescere il groppo alla gola quando gli occhi si fermarono su un fagottino nell’incubatrice. Anche se ricoperto da un groviglio di tubi e fili, mia figlia, che pesava un chilo e settecento grammi, pareva piuttosto tranquilla.
Un’infermiera si avvicinò all’incubatrice e gli inserì un altro tubo in gola per alimentarla. Anche se mi ero trascinata tutta tremante per prendere parte proprio a questo evento, fui incapace di muovermi, agghiacciata di fronte allo spettacolo che avevo di fronte. Eppure sapevo che in questo modo mia figlia non doveva fare fatica per mangiare e quindi poteva accumulare le forze. L’infermiera vedendo la mia espressione turbata, mi fece cenno di entrare. Ricacciando indietro le lacrime, mi diressi lentamente verso di lei. «Devo essere forte per Tabita», mi ripetevo. Feci un sorriso forzato in direzione dell’infermiera e fissai il corpo in miniatura di Tabita. Sembrava una bambola da collezionisti. «Posso prenderla in braccio quando ha finito di dargli da mangiare?», mormorai con voce rauca, cercando di trattenere le lacrime che ora mi riempivano gli occhi.
Quando mi porse la mia minuscola bambina, guardai incredula il suo volto bellissimo: gli premetti la guancia sulla mia. Fissai quel viso angelico e mi chiesi se sapesse chi ero. Tabita dormiva stretta fra le mie braccia. L’avrei tenuta in braccio tutta la notte, ma l’infermiera mi fece cenno che dovevo ridargliela. Fui invasa dal panico. Non potevo sopportare che qualcuno altro si prendesse cura della mia bambina, volevo occuparmi di lei, darle da mangiare, cullarla, amarla. Però non potevo competere con l’abilità dei medici e delle infermiere. Mi sentivo negata come madre e questo mi addolorava. Caddi in ginocchio in preda all’angoscia e implorai Dio. «Oh, Signore, ho bisogno che Tu mi sostenga. Mi sento così indifesa guardando Tabita che lotta per vivere. Non posso aiutarla, ma tu sì. È nelle Tue mani. Ti affido la sua vita». Mi asciugai le lacrime e porsi Tabita all’infermiera. Uscii dalla terapia intensiva con la pace nel cuore. Non vedevo più il groviglio di tubi intorno a Tabita. Vedevo invece le mani del Padre che avvolgevano la mia bambina. Dio aveva udito la mia preghiera e aveva vinto la mia paura.
Ho imparato che raggiungo il vertice della mia grandezza di madre proprio quando sono in ginocchio. Ora Tabita ha venti anni. A Dio la gloria

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