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Il canto dell’Eterno

 

“Nel momento in cui si cominciò l’olocausto, cominciò pure il canto dell’Eterno” (II Cronache 9:27)

 

Ezechia salì al trono all’età di venticinque anni, e stabilì di cambiare la politica malvagia adottata da suo padre.

Le porte del Tempio furono riaperte e sotto la sua direzione e ai Leviti venne affidato l’incarico di ripulire i cortili del tempio profanato, rimuovendo tutta la sporcizia che si era accumulata.

Dopo otto giorni di estenuante lavoro, andarono a riferirgli che l’opera era stata compiuta con successo.

L’altare per l’olocausto e la tavola per il pane di presentazione erano pronti per il servizio cui erano destinati.

Era una buona notizia e nella prima mattinata di quel giorno memorabile, il re, accompagnato dai suoi dignitari e dagli ufficiali di stato, parteciparono ad un servizio solenne che ufficializzava una nuova dedicazione.

Mentre la vasta congregazione attendeva riunita, Ezechia comandò che venisse offerto l’olocausto e “nel momento in cui si cominciò l’olocausto, cominciò pure il canto dell’Eterno”.

Questi antichi sacrifici sono passati per sempre. “Non desideri sacrificio e offerta…”.

Dedicare la propria vita al Salvatore, arrendere la nostra esistenza al servizio degli altri, mantenere il fermo proposito di sacrificare sé stessi: questo certamente soddisfa il concetto dell’olocausto, che il re ordinò quella mattina, come simbolo della devozione nazionale alla volontà di Dio.

Ci meravigliamo del fatto che il canto del Signore cominciò proprio in quel momento?

Lo stesso canto non nasce nel nostro cuore quando inizia un sacrificio d’amore e di ubbidienza?

La vita eccessivamente riservata si rinserra all’interno di quattro mura, sorda ad ogni armonia, resistente alla sofferenza, ma anche ad ogni richiamo d’amore.

Una vita senza canto è priva di entusiasmo.

Il nostro Signore disse: “Chiunque perderà la sua vita per amore mio la troverà”.

Questa benedetta “scoperta” è la fonte esclusiva di ogni rinnovato “Canto del Signore”.

Unisciti a Gesù sulla croce e un giorno ti troverai a condividere con Lui il cantico nuovo delle redenzione appieno realizzata!

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Rabbunì, mio maestro

 

“Ma Maria se ne stava di fuori presso al sepolcro a piangere… Gesù le disse: Maria! Ella, rivoltasi, gli disse in ebraico: Rabbunì! che vuol dire: Maestro!” (Giovanni 20:11, 16)

 

Mentre i discepoli ritornarono alla loro dimora, Maria stava piangendo alla porta del sepolcro.

A questo punto lei diede un’altra occhiata al luogo dove Egli era stato deposto.

Allo stesso modo noi guardiamo ancora nella tomba delle cerimonie, delle emozioni passate e dei vecchi ricordi sacri, per cercare il Redentore.

Gli angeli tentarono in vano di consolarla, ma cosa avrebbero potuto fare per lei, che desiderava unicamente ascoltare la Sua voce?

La percezione di una Presenza dietro di lei o forse, come suggerisce Crisostomo: “Un’espressione d’amore e di devozione che sfiorò il volto degli angeli”, la indussero a girarsi, e lei vide Qualcuno in piedi che reputò essere il giardiniere.

Allora Gesù la chiamò con il suo vecchio nome familiare, con quell’intonazione ben conosciuta, e lei riconobbe che quella era la voce del suo Signore.

La consapevolezza che Egli fosse lì, proprio il Maestro cui lei doveva tutto, l’entusiasmò e la indusse a rispondere nella lingua locale che entrambi conoscevano così bene: “Rabbunì!”.

Questo ci suggerisce che nella nuova vita, che sta al di là, udremo ancora le voci che ci erano così familiari.

“Come abbiamo portato l’immagine del terreno, porteremo altresì l’immagine del celeste, e avremo comunione ancora con quelli che abbiamo perduto da tempo”.

Dobbiamo considerare il Signore risorto non solo come nostro Salvatore, ma anche come nostro Maestro.

Troppi riguardano a Lui soltanto per quello che ha fatto in vista della salvezza e della liberazione dal peccato, eppure non potranno realizzare la pienezza di queste realtà fino a quando non cadranno ai Suoi piedi, facendo di Lui il loro Maestro e Signore.

Dev’essere un atto personale. “Mio Maestro”.

Non basta che Egli sia il Signore degli altri o della Sua Chiesa.

Egli deve essere il tuo.

Dona tutto il tuo per ottenere tutto il Suo.

Inizia a vivere come se in questo mondo non ci foste che tu e Lui.

Egli ci chiama e ci esorta costantemente: “Figlio! Figlia! Dammi il tuo cuore, il tuo amore”.

Quando Egli è il nostro Maestro, dobbiamo ubbidire al Suo invito.

È inutile chiamarLo “Signore, Signore”, e non fare le cose che ci richiede.

Dobbiamo avere un orecchio attento e un piede veloce.

“Vai, racconta!”.

Questo è il modo in cui Egli ci parla ancora oggi.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

La fonte della vera luce

 

“…Io sono la luce del mondo …” (Giovanni 8:12)

 

Pensando alla “luce”, la mente corre all’immagine di una candela, o di una lampada, non a quella di una stella, ma neppure di una lucciola.

È una luce che arde, e quindi risplende.

La candela si consuma portando beneficio agli altri.

Pertanto dobbiamo essere come Cristo, che diede Sé stesso per noi.

Prima di tutto, perciò, dobbiamo andare a Lui “la vera luce”.

A volte inganniamo noi stessi, con aspirazioni vaghe e con l’illusione di essere utili; siamo allora una luce come quella del chiaro di luna: fredda ed effimera.

Corriamo avanti e indietro cercando di compiere tante cose animati da un mero attivismo, volto soltanto ad impressionare gli altri: ma questo è uno zelo che non ci farà scorgere il volto del Maestro; non ci permetterà di udire la Sua voce né di conoscere la Sua volontà.

Forse tutto questo servirà soltanto a mettere in evidenza noi, le nostre capacità e, in altre parole, a puntare i riflettori su noi stessi.

Ma se siamo luce del mondo, dobbiamo “mettere in luce” il nostro Salvatore, dobbiamo risplendere di un chiarore che serve soltanto ad evidenziare la presenza del Signore nella nostra vita.

La santità ci induce a perseguire un unico scopo: glorificare il Padre.

Davvero un’opera nobile, la più sublime ed eccelsa che si possa concepire.

Eppure, per quanto sia un’opera così alta e nobile, questa santità deve raggiungere gli aspetti più umili della vita.

Essa deve illuminare tutti quelli che sono in casa.

Un giorno ho battuto la testa salendo la scala buia che era all’interno di un faro.

“Vi occorre più luce all’interno”, dissi al custode.

“Oh, a noi non serve, signore, l’importante è che la luce splenda bene al di fuori, sul mare”.

La santità splende all’interno come all’esterno.

Essa illumina ogni stanza della casa: la cucina, la camera dei bambini, in cima e in fondo alle scale.

Non può restare nascosta.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Davanti a Gesù

 

“…Figliuola, la tua fede t’ha salvata; vattene in pace” (Luca 8:48)

 

Il Signore desidera sempre portarci dove possiamo ammirare il Suo volto udire la Sua voce, avvertire il Suo tocco e sperimentare l’immensità di quell’amore che sorpassa ogni conoscenza.

Egli desidera far risplendere su noi la luce del Suo volto e darci la Sua pace.

Soltanto questo può soddisfarLo e, di riflesso, rendere soddisfatti anche noi.

Davanti a Lui possiamo essere utili.

Fin quando la donna si trovava alle spalle di Gesù, nessuno, oltre lei, era a conoscenza della sua guarigione; la sua paura consisteva proprio nell’apprensione che qualcuno ne fosse informato.

Che utilità avrebbe mai potuto avere la testimonianza di una donna così povera e debole?

Il suo posto era, naturalmente, dietro a Gesù.

Nelle prime fasi della salvezza, spesso è presente una certa forma di egoismo.

Andiamo a Cristo per ottenere un beneficio personale; cerchiamo il perdono, la speranza, la salvezza, senza forse pensare ad altro.

La fede non fallisce, anche quando insegue questo genere di finalità.

L’errore e la tristezza subentrano non quando l’anima va a Cristo con una tale attitudine, bensì quando torna con questo stato d’animo.

L’errore è commesso quando la fede rimane cieca, priva dell’amore e della devozione che lasciano da parte il proprio io e che permettono all’anima di protendersi verso il Signore.

La fede è un fallimento, se non ci porta davanti a Lui per trascorrere la nostra vita nell’amore per il Signore e nel servizio per gli altri.

Lì, davanti a Lui, la donna, povera e debole, fu un incoraggiamento potente per il capo della sinagoga, cui sembrava non mancare nulla.

Infatti, mentre Gesù era impegnato con lei, il povero Iairo fu sopraffatto dalle terribili notizie che provenivano da casa sua.

Tra la folla si fecero largo alcuni, che gli sussurrarono: “Tua figlia è morta; non disturbare più il Maestro”.

Osserviamo con attenzione questa scena.

Da un lato c’è la gente che, con quelle parole inesorabili, fa precipitare Iairo nella disperazione.

Dall’altro lato c’è la Luce, il Signore Gesù che, con autorità, pronuncia parole d’amore che raggiungono l’altro orecchio del capo della sinagoga: “La tua fede ti ha salvato”.

Da un lato egli viene tirato per la manica e allontanato, mentre la terribile notizia gela la sua anima; dall’altro la benedetta mano del Maestro si posa su lui. Iairo vede ciò che la fede ha prodotto in quella donna afflitta.

“Non temere; solo abbi fede, ed ella sarà salva”.

Nell’ora stessa in cui quella povera donna si alzò, la fede di Iairo fu fortificata: questo le concesse di vedere propria figlia ritornare in vita.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Il dono necessario

 

“E noi siamo testimoni di queste cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che gli ubbidiscono” (Atti 5:32)

 

Guardiamoci dal pensare che i primi discepoli fossero tutti grandi oratori.

Il concetto che abbiamo di loro probabilmente deriva dal ricordo di Pietro a Gerusalemme, o di Paolo nell’Areopago, oppure a quello di Apollo e di altri ancora.

Tuttavia, la maggioranza dei discepoli, allora come oggi, era composta da uomini e donne semplici, per la maggior parte d’umile condizione, persino da schiavi.

In che modo persone simili avrebbero potuto influenzare un popolo come quello dei greci, una nazione di filosofi, di intellettuali, dal gusto raffinato, che guardava con disprezzo gli uomini privi di cultura?

Quali possibilità avevano questi pochi credenti denigrati di persuadere degli spiriti siffatti?

Questo compito sembrava essere più arduo rispetto a quello tra i romani, la cui forza rude poteva essere più facilmente influenzata con l’amore e con la semplicità.

Se ci fu mai bisogno di capacità intellettuali, fu proprio allora.

Molti umili seguaci di Cristo avranno sospirato, dicendo: “Oh, se Dio ci mandasse qualche uomo di talento che possa confondere i ragionamenti e rovesciare le filosofie di questi uomini arguti, dimostrando che Gesù è davvero il Cristo! Volesse Dio che io fossi più capace!”.

Gli umili credenti potevano certo sospirare, pensando a quanto poco fossero in grado di fare!

Era tutto vero.

Tuttavia, l’unica potenza necessaria era quella che già era stata data: la potenza dello Spirito Santo per vivere una vita simile a quella di Cristo.

Questa era la sostanza.

“Ma questo discepolo cristiano è uno schiavo, il più impreparato di tutti; nessuno sarebbe disposto ad ascoltare la sua opinione. Possiamo credere, realisticamente, che un uomo in questa posizione possa far cambiare le abitudini e la mentalità di questi greci esigenti e colti?”.

Posso immaginare le obiezioni di uno di quei tanti credenti, perplessi e intimoriti.

“Qui non si potrà fare nulla senza validi oratori; per quest’opera di evangelizzazione occorrono uomini istruiti e con doni straordinari”.

Colui che è asceso in alto “avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (Atti 2:33): questo è il dono essenziale di cui ogni vero testimone di Cristo ha bisogno, il problema è che noi siamo molto più pronti a dubitare che a ricevere.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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