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Gesù – L’esempio

 

(1 Corinzi 7:21-40)

 

Chi crede alla concordia si adopererà per vederla realizzata, e tenderà ad una vita comunitaria del tipo descritto in un passo piuttosto famoso: “erano di un solo cuore e di un’anima sola; né vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era comune tra loro” (Atti 4:32).

Una simile attitudine spirituale va mantenuta costantemente nella comunità alla quale apparteniamo e soprattutto nei riguardi del nostro prossimo.

Le parole dell’apostolo Paolo ai credenti di Roma (cfr. Romani 5), ci danno modo di considerare adeguatamente questo argomento.

Dio ha avuto pietà di noi, dimostrando la Sua benevolenza poiché: “mentre eravamo ancor peccatori, Cristo è morto per noi”.

Solo la compassione di Dio, la Sua pietà e il Suo amore inesauribile hanno potuto capovolgere la condizione disastrosa nella quale, il nostro peccato, ci aveva precipitati.

Poiché Dio è stato compassionevole e benevolo nei nostri confronti, esige che ci comportiamo allo stesso modo verso tutti.

Colui che diviene refrattario a queste virtù, nega a se stesso e al prossimo la realtà dell’amore divino.

Oggi molti si dichiarano cristiani, ma sono incapaci del più elementare gesto di solidarietà, hanno dimenticato cosa sia l’altruismo, la vera compassione.

La pietà è bandita dalla loro vita, non c’è più tempo per fare il bene, l’amore sincero è diventato un sentimento troppo impegnativo e coinvolgente.

Impariamo da Gesù Cristo che venne a soccorrerci proprio quando eravamo Suoi nemici.

Impariamo a vivere una vita di concordia, ricercando l’armonia e l’intesa in ogni situazione.

Usiamo compassione (partecipazione al dolore altrui), usiamo pietà e benevolenza verso tutti senza fare alcuna distinzione.

Chi decide di vivere autenticamente in Cristo, non solo sarà proteso verso la compassione, la pietà, il bene altrui; ma saprà manifestare degli atteggiamenti concilianti e fraterni; poiché vedrà nel suo fratello l’opera perfetta di Gesù Cristo.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

“Perché la figura di questo mondo passa”

 

(1 Corinzi 7:21-40)

 

Per fare un uso corretto dell’insegnamento impartito in questo capitolo, conviene tener conto del punto di vista superiore, dell’ottica spirituale attraverso la quale l’apostolo considera le relazioni terrene.

In particolare i versi dal 29-32, ci rivelano come egli stia cercando di far comprendere la priorità delle cose eterne, rispetto a quelle terrene, soprattutto in vista del ritorno di Cesù: “Il tempo è ormai abbreviato” (v. 29) e “La figura di questo mondo passa” (v. 31).

Il mondo sta per passare come una visione fuggevole, tutte le convenzioni e le abitudini più radicate che danno al mondo attuale, i suoi lineamenti, e la sua fisionomia sono destinati a svanire.

Il testo vuole ricordarci che: “aspettiamo, secondo le Sue promesse, nuovi cieli ed una nuova terra, dove abita giustizia”.

Il matrimonio ed ogni altra relazione terrena perdono quindi la loro priorità in vista di una speranza migliore.

Sia ben chiaro che l’apostolo non intende screditare questa istituzione divina, ma vuole far comprendere che questa scelta influirà inevitabilmente sulla vita spirituale.

Il matrimonio per l’intimità che stabilisce tra i coniugi non può non esercitare una profonda influenza sulla vita dello spirito.

Perciò, allo scopo di trovare nel coniuge un’efficace aiuto spirituale, le relazioni matrimoniali devono essere impostate e mantenute in obbedienza alla volontà di Dio.

Ci aiuti il Signore a scegliere secondo la Sua volontà, il compagno o la compagna della nostra vita, affinché insieme, considerando la brevità del tempo a nostra disposizione, possiamo tenere il cuore sgombro da quella malattia chiamata mondanità!

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Vittoria senza battaglia

 

“Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante l’Eterno, il loro Dio; non li salverò mediante arco, né spada, né battaglia, né cavalli, né cavalieri” (Osea 1:7)

 

Quanto è preziosa questa parola.

Il Signore stesso libererà il Suo popolo nella Sua misericordia, ma non lo farà facendo ricorso a mezzi comuni.

Gli uomini non rendono prontamente a Dio la gloria dovuta al Suo santo nome.

Quando ottenevano la vittoria uscendo in battaglia con la spada e l’arco, avrebbero dovuto lodare il loro Dio; ma ciò non accadeva, essi cominciavano piuttosto a magnificare la loro destra e a gloriarsi nei loro potenti mezzi.

Per questo motivo il Signore spesso decide di salvare il Suo popolo senza altri ausilii, affinché tutto l’onore vada unicamente a Lui.

Alla luce di tutto questo guardiamo esclusivamente al Signore e non all’uomo.

Aspettati di vedere Dio ancora più chiaramente quando non c’è nessun altro a cui riguardare.

Anche se privo di amici, anche in assenza di qualsiasi consigliere, o di qualcuno che mi copra le spalle, non sarò meno fiducioso se potrò avvertire che Dio stesso è dalla mia parte; sì, mi rallegrerò se mi darà la vittoria anche senza battaglia come sembra implicare il testo.

Perché chiedo cavalli e cavalieri se Yahwèh stesso ha misericordia di me e alza il Suo braccio in mia difesa?

Perché ho bisogno dell’arco o della spada se Dio stesso provvederà alla mia salvezza?

Io confiderò nel Signore e non avrò mai più timore da questo momento in avanti, fino alla fine dei miei giorni.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Culto di Battesimi – Domenica 17 novembre

 

Una sconfitta salutare

 

(Giosuè 7:1-26)

 

Dopo la presa di Gerico, un sentimento di compiacimento s’impossessò del popolo d’Israele.

La piccola cittadina di Ai non poteva costituire un problema: se la possente Gerico era caduta, Ai sarebbe stata conquistata in un batter d’occhio.

Nessuno nel campo d’Israele pensò di chiedere aiuto all’Eterno; ormai tutti, Giosuè compreso, confidavano ciecamente sulle proprie forze.

La sconfitta a questo punto arrivò inevitabile, facendo precipitare Israele nello sconforto.

Giosuè si lamenta con l’Eterno, la sua mente non è neppure sfiorata dal dubbio che la causa della sconfitta andasse ricercata nel comportamento del popolo e, particolarmente, nella trasgressione commessa da qualcuno.

E’ sempre difficile per l’uomo ammettere le proprie colpe, riconoscere i propri errori; ma Dio non può transigere, il peccato deve essere estirpato, anche se questa azione di “risanamento” può risultare dolorosa.

Nell’eccitazione della battaglia di Gerico, Acan trascurò gli ordini divini, la concupiscenza lo indusse al peccato ed ora quello stesso peccato stava portando i suoi frutti: la morte.

Se Acan aveva peccato, è pur vero che tutto Israele era in preda ad una pericolosa euforia: avevano probabilmente dimenticato che contro Gerico loro non avevano nemmeno combattuto, ed ora, con le proprie forze, pensavano di poter dare l’assalto ad Ai.

Il più piccolo ostacolo sul nostro cammino di fede può provocare la più clamorosa delle sconfitte, quando lo affrontiamo confidando unicamente sulle nostre forze.

Accertata la causa della sconfitta, la legge divina impone che il colpevole venga punito.

La misera fine di Acan non è altro che la tragica illustrazione di dove conduce il peccato.

Per quanto possa sembrare atroce la sua fine, essa non è altro che la giusta retribuzione per la trasgressione commessa.

Acan non aveva minimamente pensato di confessare il suo peccato: mentre Giosuè passava in rassegna il popolo, egli era rimasto ostinatamente al suo posto, nella speranza di farla franca.

Nemmeno dopo essere stato scoperto affiorano sulle sue labbra parole di vero pentimento; la sua è la confessione dell’uomo scoperto in fallo, non quella del peccatore pentito, e allontanò così da sé la speranza della misericordia divina.

Ora Ai può essere conquistata.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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