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I doni più desiderabili

 

“A me appartiene il consiglio e la buona ragione” (Proverbi 8:14)

 

La sapienza è l’applicazione pratica della conoscenza, la comprensione è l’apprezzamento del vero carattere delle cose.

Un uomo saggio e comprensivo apprezza la natura reale di una situazione e applica la sua conoscenza per affrontarla.

Beata e privilegiata è la persona che possiede queste qualità.

Ma dove, o da chi sono dispensate queste qualità?

E a chi?

La ricchezza della conoscenza e l’abilità di applicarla è in Cristo, il Quale, essendo il Figlio Eterno di Dio e divenendo vero Figlio dell’Uomo, non soltanto possiede questi doni così ambiti, ma li ha messi a disposizione di tutti coloro che sono uniti a Lui per fede.

Se dunque siamo in Cristo, siamo in intimo contatto con la sapienza e con la vera fonte della conoscenza.

Sebbene tutti i credenti sinceri siano in Cristo e questi doni appartengano loro in virtù di una grazia soprannaturale, nasce una domanda: quando questi doni vengono applicati a noi, e quando acquistano validità nella nostra vita?

“Il timore dell’Eterno è il principio della sapienza”.

Questo è il primo requisito per ricevere sapienza e un’autentica conoscenza.

Quest’attitudine dell’anima e questa condizione dello spirito non rappresentano soltanto il principio della sapienza, ma anche la condizione essenziale per la sua durata.

Nessun servo di Dio può quindi inorgoglirsi del fatto di essere capace di valutare la natura delle cose e di applicare la sua conoscenza ai bisogni e ai problemi presenti.

La sua fiducia dev’essere riposta in Dio, solo savio, la cui sapienza è disponibile soltanto in virtù del fatto che, per grazia, ora egli è in Cristo Gesù.

Nessuno si glori della propria sapienza, ma unicamente della propria unione con Cristo; nessuno s’inorgoglisca della propria potenza, ma soltanto del fatto che ha conosciuto personalmente l’Iddio della potenza.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Un’altra realtà

 

“Qual comunione fra la luce e le tenebre?” (II Corinzi 6:14)

 

Noi che siamo del Signore apparteniamo a un altro mondo: quello celeste.

Siamo stati liberati da quello presente e transitorio a un prezzo infinito.

I suoi metodi e i suoi modelli, che risultano inaccettabili per il Signore, devono esserlo anche per noi.

Tutto quel che è nel mondo, infatti, è concupiscenza della carne, degli occhi e superbia della vita.

In altre parole, il mondo è governato da un sentimento di tolleranza verso il male, dalla spinta a possedere, e dalla volontà di imporsi sugli altri.

Tutto questo è contrario allo Spirito di Cristo, e il credente deve fuggire una simile mentalità.

Vivere in questo modo ed essere dominati da queste motivazioni è indegno di un figlio di Dio.

La separazione dal mondo, insegnata nella Bibbia, è prima di tutto una questione spirituale.

Noi non amiamo il mondo e le sue manifestazioni; siamo mossi da un altro spirito e ci curiamo delle cose celesti.

La mansuetudine per noi è di gran lunga preferibile all’orgoglio; il vero ornamento per un cristiano è uno spirito mansueto e tranquillo, non consiste certo in gioielli o in vestiti.

Amare ciò che è mosso e condotto da principi così contrari a quelli di Dio, significa essere nemici di Dio.

Dobbiamo scegliere se essere amici dell’uno o dell’Altro.

Considerando che siamo stati redenti dalla potenza del mondo e fatti partecipi di una realtà che non avrà mai fine, dobbiamo vivere ogni giorno di più in funzione dell’eternità.

Il mondo passa via, tutte le sue occupazioni e i suoi desideri presto periranno, ma fare la volontà di Dio è qualcosa che dura in eterno.

Perché ci rendiamo schiavi di questo mondo passeggero e di tutte le sue tenebre?

La nostra mente deve essere rigenerata e la nostra visione purificata.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Misericordia e giudizio

 

“Se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l’oro” (Giobbe 23:10)

 

Il credente è un viaggiatore; egli non è qui per vivere la sua esistenza come se questa rappresentasse una realtà definitiva.

Come un forestiero e un pellegrino, egli sta attraversando questo mondo per arrivare alla città celeste.

Ma c’è uno scopo che non è collegato né è funzionale al raggiungimento di un dato luogo (il cielo) ma che è connesso alla formazione di un carattere ben preciso.

Il percorso del pellegrino è concepito per produrre una personalità che si riveli adatta al luogo e al servizio che ci attende nell’eternità.

Per produrre un simile carattere, ed essere di benedizione agli altri lungo il cammino, Dio ha prestabilito un percorso.

Nessun progresso e nessuna sosta avviene per caso; le spinte in avanti come le frustrazioni fanno tutte parte del Suo piano.

Le porte chiuse come quelle aperte si rivelano utili durante il cammino.

Quaggiù non siamo in grado di comprendere il significato di molti accadimenti; del resto, come potrebbero esseri così semplici e limitati comprendere il mistero delle vie del sapiente Iddio?

Ma la nostra incapacità di comprendere ci offre l’opportunità di confidare in Dio, di raccontarGli e di dimostarGli che siamo felici di ciò che Egli sta facendo per noi, perché confidiamo nel fatto che ogni cosa è finalizzata al nostro bene.

Mentre compiamo questo viaggio, le cose del mondo perdono importanza poiché, avendo come obiettivo l’eternità, il nostro carattere viene perfezionato in vista del servizio che ci attende.

Siamo il popolo di Dio.

Egli conosce la nostra fragilità, per questo ci sta fortificando per mezzo dei pesi che portiamo.

Egli conosce le nostre mancanze e ci prepara a fare il meglio proprio attraverso i nostri errori.

Ora ci sono domande che rimangono prive di risposta ma, quando avremo raggiunto il paese dell’Emmanuele, allora potremo cantare: “Con misericordia e con giudizio Egli ha intessuto l’ordito del mio tempo”.

È il trionfo della fede che ci porta a credere che tutte le Sue provvidenze sono autentiche grazie.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Scelti dal mondo

 

“Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; poiché non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia” (Giovanni 15:19)

 

Qui c’è una grazia che rivela come i credenti sono l’oggetto speciale dell’affetto divino.

Quando il tuo spirito è pesante e oppresso, troverai che essa sarà come un balsamo sulle tue ferite.

Coloro che dubitano della dottrina della grazia e le lasciano nell’ombra, perdono i migliori grappoli di Eshcol, perdono i vini purificati dai residui e i cibi grassi pieni di midollo.

Non esiste balsamo a Galaad che possa paragonarsi ad essa.

Se il miele del bosco di Gionathan al semplice tocco faceva illuminare gli occhi, questo miele illuminerà il tuo cuore, inducendoti ad amare e a conoscere i misteri del regno di Dio.

Mangia, e non temere di mangiarne troppo, serviti di questa prelibatezza, e non temere che sia un cibo troppo delicato.

La carne della tavola del Re non sarà mai indigesta per nessuno dei suoi cortigiani. sforzati di aprire la tua mente, per comprendere sempre di più l’amore eterno di Dio.

Quando vi sarai asceso, fermati sul monte della grazia.

Gli impegni assunti nel patto, sono le munizioni della Rocca stupenda dietro la quale ci trinceriamo.

Con la garanzia di Cristo Gesù, questo diventa un luogo tranquillo di riposo.

La Sua promessa, il Suo patto, il Suo sangue, sostengono nelle acque tempestose, quando ogni altro appoggio terreno viene meno, essi restano forza e sicurezza.

Se Gesù ha stabilito di portarmi nella gloria, e se il Padre ha promesso che mi avrebbe dato al Figlio per essere una parte dell’infinita ricompensa per la fatica della Sua anima, allora, anima mia, fino a quando Dio non sarà infedele, fino a quando Gesù non cesserà di essere la Verità, tu sarai al sicuro.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Vivere a dio

 

“Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio.” (Romani 6:10)

 

La morte di Cristo è il punto centrale della storia, ed è pure il fulcro dell’eternità.

Nel cielo ci verrà costantemente ricordata l’opera del Calvario per mezzo dell’Agnello, seduto sul trono.

Ma anche sulla terra dobbiamo ricordare la Sua morte finché Egli venga.

Il senso ultimo del Suo sacrificio supera le nostre capacità di comprensione; essendo un’opera divina, svolta però in una dimensione umana, essa riguarda l’eternità e l’infinito, pur non rimanendole estranea la dimensione del tempo.

Ma, come noi sappiamo, Egli morì per i peccatori, vale a dire che subì una condanna che non Gli apparteneva, e di questo noi ci gloriamo.

Ma con questo versetto ci viene ricordato anche un altro aspetto di quella morte, cioè che Egli morì al peccato.

Nella morte Egli annientò il peccato una volta per sempre, oltrepassando definitivamente la sfera della sua potenza.

Ora, in ogni aspetto della Sua morte, Cristo è uno con il credente e, coerentemente alle Scritture, vogliamo ribadire che in Lui anche noi siamo morti al peccato.

Vogliamo quindi ripudiare il peccato una volta per sempre, e affermare che in Cristo siamo morti ad esso, sotto ogni sua forma.

Morendo in questo modo acquisiremo la medesima mente del Salvatore riguardo a Dio e a noi stessi.

Se rifiutiamo di governare la nostra vita in modo autonomo, ci dedicheremo a fare unicamente la volontà di Dio dal profondo del nostro cuore.

Non c’è altro che dolore e frustrazione nell’ubbidire alla propria volontà, per quanto essa possa apparire lecita e buona.

Soltanto nel fare la volontà di Dio c’è riposo, il vero e dolce riposo.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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