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La fonte della vera luce

 

“…Io sono la luce del mondo …” (Giovanni 8:12)

 

Pensando alla “luce”, la mente corre all’immagine di una candela, o di una lampada, non a quella di una stella, ma neppure di una lucciola.

È una luce che arde, e quindi risplende.

La candela si consuma portando beneficio agli altri.

Pertanto dobbiamo essere come Cristo, che diede Sé stesso per noi.

Prima di tutto, perciò, dobbiamo andare a Lui “la vera luce”.

A volte inganniamo noi stessi, con aspirazioni vaghe e con l’illusione di essere utili; siamo allora una luce come quella del chiaro di luna: fredda ed effimera.

Corriamo avanti e indietro cercando di compiere tante cose animati da un mero attivismo, volto soltanto ad impressionare gli altri: ma questo è uno zelo che non ci farà scorgere il volto del Maestro; non ci permetterà di udire la Sua voce né di conoscere la Sua volontà.

Forse tutto questo servirà soltanto a mettere in evidenza noi, le nostre capacità e, in altre parole, a puntare i riflettori su noi stessi.

Ma se siamo luce del mondo, dobbiamo “mettere in luce” il nostro Salvatore, dobbiamo risplendere di un chiarore che serve soltanto ad evidenziare la presenza del Signore nella nostra vita.

La santità ci induce a perseguire un unico scopo: glorificare il Padre.

Davvero un’opera nobile, la più sublime ed eccelsa che si possa concepire.

Eppure, per quanto sia un’opera così alta e nobile, questa santità deve raggiungere gli aspetti più umili della vita.

Essa deve illuminare tutti quelli che sono in casa.

Un giorno ho battuto la testa salendo la scala buia che era all’interno di un faro.

“Vi occorre più luce all’interno”, dissi al custode.

“Oh, a noi non serve, signore, l’importante è che la luce splenda bene al di fuori, sul mare”.

La santità splende all’interno come all’esterno.

Essa illumina ogni stanza della casa: la cucina, la camera dei bambini, in cima e in fondo alle scale.

Non può restare nascosta.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Davanti a Gesù

 

“…Figliuola, la tua fede t’ha salvata; vattene in pace” (Luca 8:48)

 

Il Signore desidera sempre portarci dove possiamo ammirare il Suo volto udire la Sua voce, avvertire il Suo tocco e sperimentare l’immensità di quell’amore che sorpassa ogni conoscenza.

Egli desidera far risplendere su noi la luce del Suo volto e darci la Sua pace.

Soltanto questo può soddisfarLo e, di riflesso, rendere soddisfatti anche noi.

Davanti a Lui possiamo essere utili.

Fin quando la donna si trovava alle spalle di Gesù, nessuno, oltre lei, era a conoscenza della sua guarigione; la sua paura consisteva proprio nell’apprensione che qualcuno ne fosse informato.

Che utilità avrebbe mai potuto avere la testimonianza di una donna così povera e debole?

Il suo posto era, naturalmente, dietro a Gesù.

Nelle prime fasi della salvezza, spesso è presente una certa forma di egoismo.

Andiamo a Cristo per ottenere un beneficio personale; cerchiamo il perdono, la speranza, la salvezza, senza forse pensare ad altro.

La fede non fallisce, anche quando insegue questo genere di finalità.

L’errore e la tristezza subentrano non quando l’anima va a Cristo con una tale attitudine, bensì quando torna con questo stato d’animo.

L’errore è commesso quando la fede rimane cieca, priva dell’amore e della devozione che lasciano da parte il proprio io e che permettono all’anima di protendersi verso il Signore.

La fede è un fallimento, se non ci porta davanti a Lui per trascorrere la nostra vita nell’amore per il Signore e nel servizio per gli altri.

Lì, davanti a Lui, la donna, povera e debole, fu un incoraggiamento potente per il capo della sinagoga, cui sembrava non mancare nulla.

Infatti, mentre Gesù era impegnato con lei, il povero Iairo fu sopraffatto dalle terribili notizie che provenivano da casa sua.

Tra la folla si fecero largo alcuni, che gli sussurrarono: “Tua figlia è morta; non disturbare più il Maestro”.

Osserviamo con attenzione questa scena.

Da un lato c’è la gente che, con quelle parole inesorabili, fa precipitare Iairo nella disperazione.

Dall’altro lato c’è la Luce, il Signore Gesù che, con autorità, pronuncia parole d’amore che raggiungono l’altro orecchio del capo della sinagoga: “La tua fede ti ha salvato”.

Da un lato egli viene tirato per la manica e allontanato, mentre la terribile notizia gela la sua anima; dall’altro la benedetta mano del Maestro si posa su lui. Iairo vede ciò che la fede ha prodotto in quella donna afflitta.

“Non temere; solo abbi fede, ed ella sarà salva”.

Nell’ora stessa in cui quella povera donna si alzò, la fede di Iairo fu fortificata: questo le concesse di vedere propria figlia ritornare in vita.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Il dono necessario

 

“E noi siamo testimoni di queste cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che gli ubbidiscono” (Atti 5:32)

 

Guardiamoci dal pensare che i primi discepoli fossero tutti grandi oratori.

Il concetto che abbiamo di loro probabilmente deriva dal ricordo di Pietro a Gerusalemme, o di Paolo nell’Areopago, oppure a quello di Apollo e di altri ancora.

Tuttavia, la maggioranza dei discepoli, allora come oggi, era composta da uomini e donne semplici, per la maggior parte d’umile condizione, persino da schiavi.

In che modo persone simili avrebbero potuto influenzare un popolo come quello dei greci, una nazione di filosofi, di intellettuali, dal gusto raffinato, che guardava con disprezzo gli uomini privi di cultura?

Quali possibilità avevano questi pochi credenti denigrati di persuadere degli spiriti siffatti?

Questo compito sembrava essere più arduo rispetto a quello tra i romani, la cui forza rude poteva essere più facilmente influenzata con l’amore e con la semplicità.

Se ci fu mai bisogno di capacità intellettuali, fu proprio allora.

Molti umili seguaci di Cristo avranno sospirato, dicendo: “Oh, se Dio ci mandasse qualche uomo di talento che possa confondere i ragionamenti e rovesciare le filosofie di questi uomini arguti, dimostrando che Gesù è davvero il Cristo! Volesse Dio che io fossi più capace!”.

Gli umili credenti potevano certo sospirare, pensando a quanto poco fossero in grado di fare!

Era tutto vero.

Tuttavia, l’unica potenza necessaria era quella che già era stata data: la potenza dello Spirito Santo per vivere una vita simile a quella di Cristo.

Questa era la sostanza.

“Ma questo discepolo cristiano è uno schiavo, il più impreparato di tutti; nessuno sarebbe disposto ad ascoltare la sua opinione. Possiamo credere, realisticamente, che un uomo in questa posizione possa far cambiare le abitudini e la mentalità di questi greci esigenti e colti?”.

Posso immaginare le obiezioni di uno di quei tanti credenti, perplessi e intimoriti.

“Qui non si potrà fare nulla senza validi oratori; per quest’opera di evangelizzazione occorrono uomini istruiti e con doni straordinari”.

Colui che è asceso in alto “avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite” (Atti 2:33): questo è il dono essenziale di cui ogni vero testimone di Cristo ha bisogno, il problema è che noi siamo molto più pronti a dubitare che a ricevere.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Questo o nulla

 

“Coloro dunque che erano stati dispersi se ne andarono di luogo in luogo, annunziando la Parola” (Atti 8:4)

 

La promessa di Cristo si è adempiuta.

I discepoli sono stati riempiti di Spirito Santo, e ora vanno nel mondo per essere testimoni di Cristo.

Non pensate, nemmeno per un attimo, che essi siano tutti predicatori, né tantomeno che ciascuno di loro abbia un compito predeterminato all’interno della chiesa.

Tuttavia tutti, allo stesso modo, escono per essere Suoi testimoni, per vivere, cioè, una vita simile a quella di Gesù Cristo.

Questo è il motivo per cui lo Spirito Santo è stato dato.

Essi avrebbero potuto predicare, ma la loro predicazione si sarebbe risolta in un messaggio vuoto, se la loro vita non fosse stata conforme a quella di Gesù.

Bisognava conquistare il mondo non mediante le dottrine, i credi, o ricorrendo a metodologie particolari, ma attraverso una vita simile a quella di cristo.

Questi credenti dovevano vivere in mezzo alla gente, compiere il proprio lavoro quotidiano e testimoniare di Gesù vivendo come Lui.

Quali sarebbero stati i risultati, se avessero detto unicamente che Cristo è il Figlio di Dio risorto dai morti, e che loro erano stati mandati ad annunciare il suo nome?

Il mondo li avrebbe derisi dicendo: “Che cosa si sono messi in testa questi poveri giudei?”.

Ciò che confermò la loro testimonianza fu proprio il fatto di vivere secondo il modello di Cristo: con verità, purezza, abnegazione, disponibilità ad aiutare gli altri e ad amare tutti.

La loro vita era affrancata dalla ricerca del piacere personale e dall’orgoglio del mondo, dalla tirannia dei suoi precetti e dall’andazzo dominante; era una vita non più legata indissolubilmente alla miseria di ciò che è visibile, né dominata dalla ristrettezza del presente, ma vissuta in vista dell’eternità.

Di fronte a questo la gente non poté fare a meno di ricevere la Buona Notizia e di credere in essa.

Probabilmente molti provarono avversione per la luce, che li condannava, e per la bontà, che li svergognava, ma non poterono restare indifferenti di fronte alla testimonianza dei discepoli.

La persecuzione che misero in atto era rivolta contro questa potenza; non era altro che il riconoscimento implicito di ciò che affermava la Scrittura: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e facciamo nostra la sua eredità”.

È di gran lunga migliore un cristianesimo perseguitato che una religione “mondana”, o troppo debole per suscitare un qualsiasi disagio.

Il cristianesimo non può essere altro che I’espressione di una progressiva somiglianza a Cristo; o è questo o non è nulla.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Nostri possessi

 

“Badate e guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall’abbondanza de’ beni che uno possiede, ch’egli ha la sua vita” (Luca 12:15)

“Figlioletti, guardatevi dagl’idoli” (I Giovanni 5:21)

 

La domanda rivolta a Cristo, nel brano dal quale è tratto il nostro testo, Gli venne posta ripetutamente anche nelle epoche successive.

L’uomo vuole sempre che Egli divida la sua eredità più equamente.

Ma il nostro Signore non è venuto a regolare le relazioni umane fornendo codici o regolamenti.

Egli piuttosto s’interessa dell’avarizia ingannevole e avida che porta il ricco a trattenere i propri beni e si occupa dello scontento che induce il povero a mormorare.

Nella richiesta del supplicante, Egli intravide la medesima tendenza alla cupidigia che sollecitò l’altro fratello a trattenere una parte dell’eredità che non gli apparteneva per diritto.

Il nostro Signore annunciò una verità di vasta portata, vale a dire che la vita non consiste in quello che possediamo, ma in quello che siamo.

Siamo ricchi, non in proporzione all’ammontare del denaro che abbiamo depositato in banca, o alla superficie in acri della nostra eredità, ma in base alla purezza, alla forza e alla generosità della nostra natura.

Quando accumuliamo ricchezze per noi stessi, diventiamo estremamente poveri nell’universo di Dio.

L’unico modo per contrastare la cupidigia, che trasforma il denaro e gli altri beni in idoli, è quello di considerare le nostre proprietà come doni affidati per il bene altrui.

Mortifichiamo lo spirito di avarizia, che dentro di noi è sempre così forte, seminando liberalmente nella nostra vita come indicato in II Corinzi capitolo nove.

Il mangiare e il bere, il festeggiare e la ricerca del piacere sono idoli davanti ai quali molti si prostrano.

E ci sono altri idoli ancora, poiché ogni volta che qualche elemento terreno assorbe la nostra anima, e impedisce all’amore e alla fede di passare da noi a Dio, ci troviamo di fronte ad un idolo che deve essere rovesciato.

Ogni volta che riguardiamo il volto del Signore per qualcosa che possediamo, e riusciamo a ringraziarLo come Colui che ce l’ha donato, possiamo usarlo e goderne senza timore.

È molto improbabile che trasformiamo in idoli le cose che riceviamo direttamente dalle mani del nostro Padre Celeste, il cui piacere è quello di concedere buoi doni ai Suoi figlioli.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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