Vittoria senza battaglia

 

“Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante l’Eterno, il loro Dio; non li salverò mediante arco, né spada, né battaglia, né cavalli, né cavalieri” (Osea 1:7)

 

Quanto è preziosa questa parola.

Il Signore stesso libererà il Suo popolo nella Sua misericordia, ma non lo farà facendo ricorso a mezzi comuni.

Gli uomini non rendono prontamente a Dio la gloria dovuta al Suo santo nome.

Quando ottenevano la vittoria uscendo in battaglia con la spada e l’arco, avrebbero dovuto lodare il loro Dio; ma ciò non accadeva, essi cominciavano piuttosto a magnificare la loro destra e a gloriarsi nei loro potenti mezzi.

Per questo motivo il Signore spesso decide di salvare il Suo popolo senza altri ausilii, affinché tutto l’onore vada unicamente a Lui.

Alla luce di tutto questo guardiamo esclusivamente al Signore e non all’uomo.

Aspettati di vedere Dio ancora più chiaramente quando non c’è nessun altro a cui riguardare.

Anche se privo di amici, anche in assenza di qualsiasi consigliere, o di qualcuno che mi copra le spalle, non sarò meno fiducioso se potrò avvertire che Dio stesso è dalla mia parte; sì, mi rallegrerò se mi darà la vittoria anche senza battaglia come sembra implicare il testo.

Perché chiedo cavalli e cavalieri se Yahwèh stesso ha misericordia di me e alza il Suo braccio in mia difesa?

Perché ho bisogno dell’arco o della spada se Dio stesso provvederà alla mia salvezza?

Io confiderò nel Signore e non avrò mai più timore da questo momento in avanti, fino alla fine dei miei giorni.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Culto di Battesimi – Domenica 17 novembre

 

Una sconfitta salutare

 

(Giosuè 7:1-26)

 

Dopo la presa di Gerico, un sentimento di compiacimento s’impossessò del popolo d’Israele.

La piccola cittadina di Ai non poteva costituire un problema: se la possente Gerico era caduta, Ai sarebbe stata conquistata in un batter d’occhio.

Nessuno nel campo d’Israele pensò di chiedere aiuto all’Eterno; ormai tutti, Giosuè compreso, confidavano ciecamente sulle proprie forze.

La sconfitta a questo punto arrivò inevitabile, facendo precipitare Israele nello sconforto.

Giosuè si lamenta con l’Eterno, la sua mente non è neppure sfiorata dal dubbio che la causa della sconfitta andasse ricercata nel comportamento del popolo e, particolarmente, nella trasgressione commessa da qualcuno.

E’ sempre difficile per l’uomo ammettere le proprie colpe, riconoscere i propri errori; ma Dio non può transigere, il peccato deve essere estirpato, anche se questa azione di “risanamento” può risultare dolorosa.

Nell’eccitazione della battaglia di Gerico, Acan trascurò gli ordini divini, la concupiscenza lo indusse al peccato ed ora quello stesso peccato stava portando i suoi frutti: la morte.

Se Acan aveva peccato, è pur vero che tutto Israele era in preda ad una pericolosa euforia: avevano probabilmente dimenticato che contro Gerico loro non avevano nemmeno combattuto, ed ora, con le proprie forze, pensavano di poter dare l’assalto ad Ai.

Il più piccolo ostacolo sul nostro cammino di fede può provocare la più clamorosa delle sconfitte, quando lo affrontiamo confidando unicamente sulle nostre forze.

Accertata la causa della sconfitta, la legge divina impone che il colpevole venga punito.

La misera fine di Acan non è altro che la tragica illustrazione di dove conduce il peccato.

Per quanto possa sembrare atroce la sua fine, essa non è altro che la giusta retribuzione per la trasgressione commessa.

Acan non aveva minimamente pensato di confessare il suo peccato: mentre Giosuè passava in rassegna il popolo, egli era rimasto ostinatamente al suo posto, nella speranza di farla franca.

Nemmeno dopo essere stato scoperto affiorano sulle sue labbra parole di vero pentimento; la sua è la confessione dell’uomo scoperto in fallo, non quella del peccatore pentito, e allontanò così da sé la speranza della misericordia divina.

Ora Ai può essere conquistata.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Una certezza gioiosa

 

“Io ti sostengo con la destra della mia giustizia” (Isaia 41:10)

 

Il timore di cadere è salutare.

Essere temerari e spregiudicati non è mai segno di saggezza.

Ci sono momenti in cui sembra che in assenza di un sostegno davvero speciale si debba affondare inevitabilmente.

La mano destra di Dio è una gran cosa su cui appoggiarsi.

Bada, non è soltanto la Sua mano, anche se essa mantiene il cielo e la terra al loro posto, ma la Sua mano destra, vale a dire la potenza unita all’abilità, la Sua potenza congiunta alla più assoluta destrezza.

Ma non è tutto; è scritto infatti: “Io ti sostengo con la destra della mia giustizia”.

Quella mano che Dio usa per preservare la Sua santità ed eseguire le Sue sentenze sarà stesa per sostenere quelli che confidano in Lui.

Il pericolo dinanzi a noi è spaventoso, ma la nostra certezza è gioiosa.

L’uomo che Dio sostiene, non può essere abbattuto da alcun demone.

I nostri piedi possono essere deboli, ma la destra di Dio è comunque potente.

Il cammino può essere duro, ma il nostro sostegno è l’onnipotenza divina.

Possiamo avanzare con coraggio.

Non cadremo.

Appoggiamoci continuamente dove si appoggia ogni cosa.

Dio non ritirerà la Sua forza, poiché lì c’è anche la Sua giustizia.

Egli sarà fedele alla Sua promessa e fedele al Suo Figliuolo, e quindi fedele nei nostri riguardi.

Quanto dovremmo essere felici!

Non lo siamo forse?

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Trenta sicli

 

Zaccaria 11:1-17

 

Una delle scene più fosche della passione, viene profeticamente anticipata da Zaccaria: Giuda si libera di quei trenta sicli che gli “scottano” in mano, ma i sacerdoti si rifiutano di riceverli per il tesoro del tempio e li destinano all’acquisto di un campo da usarsi come cimitero per gli stranieri.

Giuda getta davanti a loro la somma con la quale Cristo è stato stimato, al pari di uno schiavo, ma il suo tormento non si attenua e lo “consuma”, fino a spingerlo al suicidio.

Ormai senza Cristo, ma anche privato dell’appoggio di quei sacerdoti che lo hanno spinto al crimine, il suo cuore è in preda alla più completa disperazione.

Questo particolare dovrebbe far riflettere coloro che confidano nell’amicizia di quanti li sospingono al male.

Ma torniamo a Giuda e alla sua avidità di denaro: aveva bramato quei trenta sicli e si era lasciato possedere dal desiderio di averli, di stringerli nelle sue mani.

Era riuscito a far tacere la voce della sua coscienza, a rimanere sordo alle parole del Maestro, a dissociarsi dalla famiglia del Signore… aveva portato a termine il suo piano criminoso, conquistando quel denaro che gli stava tanto a cuore; …ma ora?

Quei soldi non procuravano la gioia e la soddisfazione sperata, ma diventarono addirittura “fuoco” nelle sue mani; non può tenerlo per sé, non può neppure guardarlo: spera di poterlo restituire e forse riavere in cambio la sua pace, ma la cosa non è possibile, egli può solo liberarsi di quei trenta sicli d’argento, ma è schiacciato dal peso del suo misfatto.

Scena fosca, abbiamo detto al principio, ma questo dramma non vuole essere soltanto un’altra pennellata nel tragico quadro della passione, ma deve rimanere una lezione per tutti: qualunque ricchezza acquistata tradendo la verità, produce tormento; essa si rivelerà un “carbone acceso” nelle mani avide di chi è rimasto sordo alla voce della coscienza e al messaggio di Cristo.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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