Tempo di risveglio

 

“… è tempo di cercare il SIGNORE…” Osea 10:12

 

Il nome del mese di aprile deriva dal verbo latino “aperto” che significa “aprire”, poiché in questo periodo i fiori e le gemme sbocciano, e siamo alle porte dell’epoca della fioritura.

Lettore, se non sei ancora salvato, possa il tuo cuore, in armonia con il risveglio universale della natura aprirsi per ricevere il Signore.

Ogni gemma ti avverte che è tempo di cercare l’Eterno”.

Non essere in dissonanza con la natura, ma lascia che il tuo cuore sbocci e fiorisca di santi desideri.

Il sangue caldo della gioventù scorre nelle tue vene?

Allora, ti supplico di donare il tuo vigore al Signore.

E’ stato un dono indicibile essere chiamato nella mia gioventù, e di questo posso lodare il Signore ogni giorno.

La salvezza non ha prezzo: che essa venga quando vuole, ma la salvezza in gioventù ha un doppio valore.

Ragazzi e ragazze, poiché potreste perire prima di raggiungere il pieno della giovinezza, “è tempo di cercare l’Eterno”.

Voi che avvertite i primi segni di decadimento, accelerate il passo: quella tosse leggera, quel rossore sospetto possono essere avvertimenti che non dovete prendere sotto gamba; per voi “è tempo di cercare l’Eterno”.

Hai osservato quel piccolo segno grigio fra le tue trecce un tempo splendide?

Gli anni volano e la morte si avvicina sempre di più a grandi passi; ad ogni ritorno della primavera metti in ordine la tua casa.

Caro lettore, se sei avanti con gli anni, ti supplico e t’imploro di non tardare ulteriormente.

Oggi per te è un giorno di grazia, sii riconoscente per questo, ma è un tempo limitato che si riduce ad ogni scatto dell’orologio.

Ora, in questa camera silenziosa, nella prima notte di un nuovo mese, ti parlo dal profondo dell’anima, come un servo di Dio, pongo dinanzi a te questo ammonimento: “È tempo di cercare l’Eterno”.

Non disprezzare questa parola, potrebbe rappresentare l’ultimo richiamo per essere salvato dalla distruzione, l’appello finale pronunciato dalle labbra della grazia.

Dio ti benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Vasi purificati

 

“Scrutami, o Eterno, e sperimentami” (Salmo 26:2)

Nella vita del credente c’è un tempo per esaminare sé stessi e per quanto l’introspezione possa diventare, a volte, un esercizio pericoloso, dobbiamo di tanto in tanto esaminare le nostre vie alla presenza del Signore.

Veniamo esortati a farlo, in modo particolare, prima di accostaci alla Cena del Signore, affinché non mangiano e beviamo in modo indegno.

L’autoanalisi insegnata nella Scrittura consiste, in realtà, nella sottomissione all’esame del Signore.

Il confronto viene condotto alla Sua presenza e alla luce della Sua Parola.

Ogni aspetto del nostro comportamento dev’essere provato; dobbiamo raccontare noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio.

La nostra vita interiore deve essere esaminata, poiché Dio guarda al cuore e desidera trovare la verità nelle parti più nascoste di noi stessi.

Un comportamento scrupoloso e attento a scandagliare i recessi più intimi del proprio animo è stato uno dei segreti per una vita pura condotta da molti santi di Dio.

Nessuna scusa per il peccato trova accoglienza alla presenza di Dio e, per quanto Egli possa valutare ogni circostanza attenuante, noi dobbiamo evitare di giustificare le nostre colpe.

È tempo di permettere alla verità divina di avere la piena libertà d’azione sull’intero essere nostro.

Un simile esame dei nostro cuore dovrebbe suscitare un santo pentimento e il conseguente abbandono di ogni peccato consapevole.

Questo non significa unicamente evitare il male che risulti evidente agli occhi altrui, ma rifiutare anche di cedere a peccati interiori come la gelosia, l’orgoglio e l’amarezza.

Quelli apparentemente più inoffensivi devono essere odiati quanto quelli più grossolani.

Se ci comportiamo così con noi stessi, Dio ci aiuterà.

Avviciniamoci dunque a Lui con un cuore puro, e camminiamo nella luce come Egli è nella luce.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Vivere con Gesù

 

“Così anche voi fate conto d’esser morti al peccato, ma viventi a Dio” (Romani 6:11)

 

Viventi a Dio!

Queste tre parole racchiudono un tesoro di gloria.

Un tempo eravamo morti nel peccato, estranei alla vita di Dio, incapaci di portare frutto nella nostra vita, se non quello del peccato e della morte.

Ma ora, per la grazia di Dio, tutto è cambiato, noi che eravamo morti siamo viventi, viventi per il Signore.

Un simile miracolo di rigenerazione è opera di Dio, che ha mandato il Suo Figliolo, il Quale ha donato la propria vita per noi.

L’Evangelo ci ha rivelato quest’opera di grazia che noi abbiamo ricevuto come ineffabile dono divino.

Così ebbe inizio la nostra vita cristiana, ma la sua continuazione e il suo sviluppo dipendono dalla nostra capacità di riporre fiducia su questa realtà divina.

Siamo passati dalla morte alla vita, siamo stati crocifissi con Cristo, e ora viviamo secondo Dio.

In questo modo la vita si può svolgere in maniera completamente diversa da quella che sarebbe se avessimo fatto una scelta diversa.

Non dobbiamo più vivere per noi stessi, ma apparteniamo al Signore, siamo chiamati a vivere per la Sua gloria e a occuparci soprattutto dei Suoi interessi.

Siamo tenuti a cercare le cose del cielo e dell’eternità, anziché quelle della terra e del tempo, volte a soddisfare i nostri sensi.

La nostra dev’essere una vita in una dimensione diversa, che si poggia su un fondamento completamente diverso rispetto a quello di chi non conosce il Signore.

Siamo insensibili di fronte a morte cose che il mondo considera preziose, viviamo per le cose che esso tende a disprezzare.

L”incontro sportivo è stato sostituito dalla riunione di preghiera, il ballo dalla testimonianza pubblica; come tutto sembra così strano!

La spiegazione è che con Cristo siamo morti e risorti, e la nostra vita dev’essere completamente rivoluzionata.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Sul monte con Gesù

 
“Poi Gesù salì sul monte e chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui”. Marco 3:13

 

Questa è sovranità!

Quanti sono impazienti possono irritarsi e agitarsi perché non sono stati chiamati a ricoprire le posizioni più alte nel ministerio, ma, lettore, tu puoi rallegrarti, perché Gesù chiama chi Egli vuole.

Se mi permettesse di essere il portinaio della sua casa, io felicemente Lo benedirei per avermi concesso la grazia di fare qualcosa al suo servizio.

La chiamata dei servi di Cristo viene dall’alto.

Gesù sta sul monte, al di sopra del mondo, nella sua santità, nel fervore, nell’amore e nella potenza.

Coloro che Egli chiama devono andare a Lui sul monte, devono cercare di raggiungere il Suo livello vivendo in costante comunione con Lui.

Non devono scalare il monte degli onori a cui tutti mirano, od ottenere un alto grado di istruzione, ma devono, come Mosè, salire sul monte di Dio e avere una relazione personale con l’Iddio invisibile, altrimenti non saranno mai adatti a proclamare l’Evangelo della pace.

Gesù si appartava per godere un’intima comunione con il padre, e noi dobbiamo gustare la stessa divina compagnia se vogliamo essere di benedizione per i nostri fratelli.

Non ci meraviglia il fatto che gli apostoli furono rivestiti di potenza quando scesero dal monte dove stava Gesù.

Questa mattina dobbiamo cercare di salire al monte della comunione, al fine di essere consacrati in vista del lavoro quotidiano per cui siamo stati scelti.

Oggi non dobbiamo guardare il volto dell’uomo, prima di aver visto quello di Gesù.

Il tempo trascorso con Lui porta con sé un frutto benedetto.

Anche noi potremo cacciare i demoni e operare meraviglie se andremo nel mondo rivestiti di quell’energia divina che soltanto Cristo sa infondere.

È inutile. scendere in battaglia per il Signore senza possedere le armi celesti.

Noi dobbiamo guardare Gesù, questo è l’essenziale.

Dobbiamo soffermarci al trono della grazia, fino a quando Egli si manifesterà a noi, come non fa con il mondo, e fino a quando potremo dire in verità: “Siamo stati con Lui sul monte santo”.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

Un’adorazione devota

 

“Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”. Matteo 6:9

 

Questa preghiera inizia nel modo consono a tutte le vere preghiere, ossia con lo spirito di adozione: “Padre nostro”.

Una preghiera non è accettabile fino a quando non possiamo dire: ‘Mi leverò e andrò dal Padre mio”.

Lo spirito filiale percepisce subito la grandezza del Padre “in cielo”, innalzandosi in adorazione devota: “Sia santificato il Tuo nome”.

Il bambino balbetta: “Abba, Padre”, e questa lode diventa quella del cherubino che dice: “Santo, Santo, Santo”.

Soltanto un passo separa l’adorazione estetica dal fervente spirito missionario, il quale non è che lo sviluppo dell’amore filiale e dell’adorazione devota: “Venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà in terra come è fatta in cielo”.

Segue quindi l’espressione di dipendenza da Dio: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Sperimentando una maggiore illuminazione da parte dello Spirito Santo, il credente scopre di essere non soltanto dipendente, ma anche peccatore: da qui la richiesta di misericordia: “Perdona i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ed essendo stato perdonato, essendogli stata imputata la giustizia di Cristo, e riconoscendo di essere stato accettato in Dio, egli umilmente supplica di avere una santa perseveranza.

“Non ci esporre alla tentazione”.

L’uomo che è davvero perdonato, è desideroso di non commettere più il male.

Il fatto di essere stato giustificato suscita in lui un maggior desiderio di santificazione.

“Rimettici i nostri debiti”: questa è la giustificazione.

“Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal male”: questa è la santificazione nella sua forma positiva e negativa.

Come risultato di tutto questo, segue una trionfante attribuzione di lode.

“Tuo è il Regno, la potenza e la gloria in sempiterno. Amen”.

Noi ci rallegriamo che il nostro Re regni nella Sua provvidenza, così come regnerà nella Sua grazia, fino agli estremi limiti della terra, e il Suo dominio non avrà mai fine.

Questo breve modello di preghiera, prendendo le mosse da un sentimento d’adozione, ci eleva fino a una sublime comunione con il nostro sovrano Signore.

O Dio nostro, insegnaci a pregare.

Dio ci benedica.

A risentirci la prossima settimana.

 

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